Capolavoro romanico, simbolo di arte e fede custodito nella cattedrale
AUTORE: Mastro Guglielmo
COMMITTENTE: Guglielmo Francesco
DATA DI CREAZIONE: 1138
COLLOCAZIONE: Cappella del crocefisso, Santa Maria, Sarzana (SP), Via Nicolò V, 2
MATERIALE: Tavola di rovere e di castagno
MISURE: Altezza 299 cm, Larghezza braccia 214 cm, Larghezza tavola 88 cm, Spessore 8 cm
TECNICA: Tempera su tela
Stato di Conservazione: Opera restaurata due volte. La prima fra il 1942 e 1946 a cura della sopraintendenza dei beni culturali di Liguria; la seconda nel 2005 presso l’Opifizio delle pietre dure di Firenze. Esistono solo poche tracce dello strato di gesso retrostante.
La croce di Mastro Guglielmo, conservata nella cattedrale di Santa Maria Assunta nella cappella a destra del presbiterio, rappresenta il primo esempio di Christus Triumphans ,iconografia di derivazione carolingia, di cui si ha notizia e costituisce uno dei capisaldi per lo studio dell'arte medievale in Italia oltreché la nascita della pittura su tavola in; la bella iscrizione, graficamente molto elaborata, che si trova tra il titulus dell'"lNRl" ed il nimbo del Cristo suona infatti: "Anno milleno centeno ter quoque deno octavo pinxit Guillielmus et hec metra finixt". È questo, uno dei rarissimi casi, in cui ci troviamo dinanzi ad una data certa, il 1138, la più antica a noi nota riguardante un dipinto italiano, questa compare assieme al nome dell'artista nell'iscrizione sotto al titulus crucis, ovvero il cartiglio recante la motivazione della condanna che era uso affiggere alle croci. In questo caso, l'autore scrisse il titolo per esteso nello spazio che si trova tra la cimasa ed il nimbo di cristo, dal Vangelo di Giovanni "lesus Nazarenus rex ludeorum", "Gesù Nazareno, re dei Giudei". Guglielmo dipinse l'opera ma compose anche le scritte che la illustrano, in primo luogo i due esametri leonini della firma; egli oltreché pittore fu dunque anche un letterato capace di inventare scritte e per questo emerge, in una società in cui la capacità di esprimersi con correttezza grammaticale e prosodica in latino era appannaggio di pochi, la possibilità che Guglielmo fosse un religioso operoso in una sorta di officina monastica particolarmente attiva in quel periodo, anche perché la prerogativa di conoscere il latino, all'epoca apparteneva quasi ed esclusivamente all'ambiente ecclesiastico. La critica ha da tempo stabilito che mastro Guglielmo dovesse essere un autore di ambito lucchese; infatti, esiste a Lucca un nutrito gruppo di croci dipinte successive, che condividono con queste forme e stile e con le quali, se messe a confronto, troviamo numerose similitudini iconografiche.
Questa croce appare come il prodotto di un'evoluzione stilistica di modelli più antichi il cui risultato è una croce istoriata in cui la maestosa figura del Cristo trionfante si configura come un'icona solenne inserita nel contesto di una narrazione delle vicende che hanno portato alla Crocifissione, che in questo caso è vissuta dal protagonista in modo impassibile, quasi sereno come simbolo del suo trionfo sulla morte. La rappresentazione principale è accompagnata da numerosi altri personaggi e scene: gli astanti alla Crocifissione, la Madonna ed un'altra pia donna a sinistra, san Giovanni ed un'altra pia donna a destra, raffigurati nella parte alta dei tabelloni. Le tabelle alle terminazioni dei bracci, che ospitano al centro le terminazioni della croce, recano ciascuna in alto due simboli di evangelisti a sinistra l'angelo ed il leone, a destra l'aquila ed il toro, in basso un busto di profeta che regge un cartiglio, a sinistra Isaia con un testo dal canto del servo Jawé "Sicut ovis ad uccisionem ducetur" (Is. 53,7), " Era come un agnello condotto al macello", e a destra Geremia che porta un testo del libro delle lamentazioni "Spiritus oris nostri, Christus Dominus, captus est in peccatis nostris (Lam. 4.20), "Il nostro respiro, l'unto del Signore, è stato preso nel loro trabocchetto"; questo testo veniva usato il venerdì ed il Sabato Santo per celebrare la passione di Cristo che porta al mondo la Speranza. Nella tabella superiore è raffigurata l'Ascensione, ovvero della salita al cielo di Gesù, secondo un'iconografia che rimmrrè immutatat anche nei ecoli a venire, occupa il centro di una mandorla e si trova subito dopo la figura di sua madre la Vergine Maria attorniata dagli Apostoli che assistono all'evento, mentre nelle parti basse dei tabelloni laterali sono raffigurate, a sinistra, l'una sotto l'altra, la Cattura di Cristo nell'orto degli ulivi e la Flagellazione. Il compasso inferiore è occupato dalle figure delle Marie al sepolcro, a destra, rispettivamente, la Salita al Calvario, la Deposizione dalla Croce e il Seppellimento del Cristo; due figurine, rispettivamente a sinistra e a destra delle gambe del Cristo, all'altezza delle penultime storie, costituiscono la scena del Diniego di Pietro; infine, una scritta frammentaria e mal decifrabile è l'unica decorazione del suppedaneo. Il supporto è costituito da un assemblaggio di tavole sagomate a forma di croce, conservate sostanzialmente integre per tutti i loro contorni; le estremità dei quattro bracci della croce si espandono in una più ampia tabella, e terminano, salvo quello inferiore, con un'appendice semicircolare; ai lati del corpo del Cristo la tavola si allarga in due ampi tabelloni, che in basso si raccordano alla croce tramite campi limitati esternamente da archi di cerchio; la complessa struttura così ottenuta è ulteriormente complicata dal nimbo a rilievo entro cui è dipinta la testa del Cristo. Il rettangolo non dipinto, che si nota in basso al di sotto del suppedaneo, era destinato ad incastrarsi in un apposito alloggiamento del trave sul quale era in origine collocata la croce; il retro del manufatto, realizzato in legno di castagno, era protetto da uno strato di colore bianco di cui sopravvivono significativi frammenti, quasi integra è invece la ricca bordura che corre lungo il perimetro e che si estendeva, in origine, anche sullo spessore del supporto: la croce era dunque dipinta su tutta la superficie visibile.
Per quanto riguarda la figura del Cristo, il recente restauro, condotto tra il 1991 ed il 1998, dall'Opificio delle Pietre dure di Firenze, ha confermato che si tratta di una completa ridipintura risalente ad un periodo che le ipotesi collocano a cinquant'anni dopo la data del 1138 attestata dall'epigrafe, i restauratori hanno tenuto opportuno evitarne la rimozione dal momento che si tratta di una ridipintura così antica. L'unico dettaglio che ad oggi si può ammirare della figura originale, è il lungo perizoma drappeggiato elegantemente e fermto in vita da una cintura. Dalla ricostruzione della storia documentaria della Croce di Mastro Guglielmo, si evince che il 25 giugno del 1602, anno a cui si fa risalire il primo documento riguardo all'opera, vi fu un accordo tra il Capitolo della cattedrale di Sarzana e la famiglia Cattani, che prevedeva che l'opera fosse trasferita da quella che era allora la sua collocazione, la parte sopra alla porta della sacrestia di Santa Maria, alla cappella dei Cattani. Il documento riporta la notizia secondo la quale i termini dell'accordo sarebbero stati concordati con l'allora vescovo di Luni e Sarzana, il genovese Giovanni Battista Salvago, a capo della diocesi per ben quarantadue anni, dal 1590 al 1632. L'informazione è interessante perché, dopo il trasferimento della Croce nella cappella di San Giovanni Battista, l'opera diventò oggetto di una sentita devozione popolare, tanto che il vescovo fu spinto a emanare norme per regolare il flusso delle offerte lasciate nella Cattedrale: tra gli amministratori designati dal vescovo per occuparsi della gestione economica delle elemosine figurava il canonico Ippolito Landinelli (1568 - 1629), colto studioso di storia locale. In un suo trattato, lo storico Landinelli, riporta la voce secondo cui la croce si trovasse in origine nell'antica città di Luni e fosse stata condotta a Sarzana solo successivamente, dove, sempre secondo la sua narrazione, essa trovò prima collocazione nella chiesa di Sant'Andrea e successivamente nella cattedrale di Santa Maria come attestato. Tuttavia, l'ipotesi che la Croce abbia una provenienza lunense non ha radici forti e la critica più recente sostiene per questo sia stata realizzata per la città di Sarzana, città nella quale era appena stata edificata la chiesa di Sant'Andrea che necessitava di essere ornata con un bel crocifisso.